Illustrazione di una consulenza assicurativa: un advisor analizza con una lente di ingrandimento i rischi di un cliente rappresentati da icone di casa, auto, salute e tutela legale disposte su un tavolo.

Hai mai pensato che ci sia qualcosa di curioso nel modo in cui decidiamo cosa proteggere e cosa lasciare invece esposto al rischio? C0s’è la protezione selettiva?

Ti faccio qualche esempio: compriamo un telefono da millecinquecento euro e il giorno stesso andiamo a cercare la custodia giusta per ripararlo dagli urti, il vetro temperato per non rigare lo schermo, l’assicurazione contro i danni accidentali per riaverlo nuovo di pacca se capita un brutto incidente durante l’uso. Ci preoccupiamo che cada, che si bagni, che qualcuno ce lo rubi dalla tasca sul tram, così lo proteggiamo con una cura che rasenta l’affetto. Comprensibile, perché il telefono oggi non è soltanto l’oggetto che serve per fare una telefonata, è lo scrigno che conserva la maggior parte della nostra vita ma non sarà sbilanciato rispetto al suo effettivo valore economico?

Perché poi torniamo a casa, quella che vale magari duecentocinquantamila euro, e non abbiamo la minima idea di cosa copra davvero la polizza assicurativa che abbiamo firmato anni fa. Sempre che ne abbiamo mai firmata una… Non sappiamo se siamo assicurati contro i danni da acqua, se la responsabilità civile è inclusa, se in caso di furto recupereremmo qualcosa di significativo per i beni che contiene. Non lo sappiamo e, soprattutto, non ci abbiamo mai pensato, perché, pagata la quota, ci sembra di aver fatto il dovuto.

Questo è il paradosso della protezione selettiva: tendiamo a proteggere con grande attenzione i beni piccoli e visibili, quelli che teniamo in mano ogni giorno, perché li abbiamo sott’occhio e a trascurare sistematicamente i rischi più grandi, quelli che potrebbero avere un impatto economico devastante sulla nostra vita, perché ci sembrano evenienze remote.

Non è stupidità e non è nemmeno negligenza, almeno non nel senso comune del termine: si chiama psicologia e bisogna fare attenzione che non giochi a nostro sfavore.

Il nostro cervello è uno strumento straordinario ma è stato progettato per un mondo molto diverso da quello in cui viviamo oggi. Per centinaia di migliaia di anni i rischi che abbiamo dovuto contrastare erano immediati, concreti, visibili: il predatore nascosto nell’erba alta della savana, la tempesta devastante in avvicinamento, un rivale pronto a tirare fuori dal fodero la sua arma. Il cervello ha imparato a reagire a questi stimoli con rapidità ed efficienza, mettendo sullo sfondo ciò che è possibile ma non immediato, per ottimizzare le proprie energie.

I rischi del mondo contemporaneo funzionano in modo diverso, perché sono astratti, statistici, distribuiti nel tempo e mettono a repentaglio magari meno l’incolumità fisica ma decisamente di più la stabilità economica. Un incendio, un’alluvione, una causa legale, un’invalidità improvvisa: sono eventi che hanno una probabilità reale di accadere, anzi a qualcuno sono accaduti anche oggi, ma che il nostro sistema cognitivo fatica a trattarli con la stessa urgenza di una minaccia immediata e li chiude in un cassetto lontano, dove l’attenzione non passa spesso a spolverare.

Il risultato è che li rimuoviamo dal nostro campo visivo ma non da quello delle probabilità. Inconsciamente, non sempre per scelta deliberata, perché il cervello ha imparato nel corso dell’evoluzione a concentrare le risorse sulle minacce che percepisce come concrete e imminenti, e a mettere da parte tutto il resto. Le ricerche di Kahneman e Tversky del 1973 e 1979 l’hanno abbondantemente dimostrato.

Lo smartphone che si rompe è una minaccia concreta e imminente: lo usiamo ogni giorno, ci cade dalle mani un certo numero di volte al mese, potremmo bagnarlo domani. La casa che prende fuoco è un evento statisticamente raro, difficile da immaginare, lontano dalla nostra esperienza quotidiana. Il cervello tratta i due rischi in modo asimmetrico, anche quando i numeri raccontano una storia completamente diversa.

Un secondo meccanismo psicologico, che amplifica questo effetto e che i ricercatori chiamano bias di ottimismo, è copartecipe del risultato finale.

In termini semplici funziona così: quando pensiamo alla probabilità che un evento negativo accada, tendiamo sistematicamente a sottostimare le nostre probabilità personali di esserne implicati rispetto alla media globale. Per esempio, sappiamo benissimo tutti che ogni anno in Italia migliaia di case vengono danneggiate da alluvioni, che decine di migliaia di persone si trovano coinvolte in controversie legali, che gli incidenti domestici sono una delle principali cause di infortunio perché i notiziari ce lo ripetono in continuazione ma lo sappiamo a livello intellettuale, il che non significa però che lo razionalizziamo, ovvero, che ne teniamo il dovuto conto.

Infatti quando ci chiediamo se potrebbe succedere altrettanto a noi, la risposta spontanea è quasi sempre: probabilmente no, abbiamo mille e uno motivo per proporre delle attenuanti e scansare da noi stessi la disgrazia. Non perché abbiamo dati certi a supporto di questa convinzione ma perché il cervello applica automaticamente uno sconto alle probabilità negative quando si tratta della propria persona. Questione di istinto di sopravvivenza?

Questo meccanismo è stato documentato in decine di studi di psicologia cognitiva e non riguarda solo le assicurazioni: lo troviamo nelle previsioni economiche personali, nelle valutazioni di salute, nelle aspettative di carriera. Gli esseri umani tendono strutturalmente a credere che le brutte esperienze capitino più facilmente agli altri che a sé stessi.

Il problema, nel contesto della pianificazione assicurativa, è evidente: se crediamo che la probabilità che qualcosa vada storto sia sistematicamente più bassa di quello che è nella realtà, tenderemo a sottostimare il valore di una copertura preventiva e a rinunciare a proteggerci in modo adeguato.

Il rischio concreto, però, non sa nulla del nostro ottimismo o comunque non si fa condizionare: non ha preferenze, non fa sconti, non rispetta le rosee aspettative.


Questo significa che se abito a Chieri devo assicurarmi contro tutto, anche contro le eruzioni vulcaniche e le invasioni di locuste? Non proprio.

Proviamo a fare un esercizio concreto, prendiamo un nucleo familiare tipo: una coppia con un figlio, una casa di proprietà, due automobili, entrambi i genitori che lavorano e facciamo un inventario verosimile di cosa è protetto e cosa non lo è.

—Lo smartphone: assicurato, quasi certamente. 

—Le automobili: assicurate per legge con la RC, forse con qualche garanzia aggiuntiva. 

—La casa contro i danni fisici: forse, se il mutuo lo richiedeva. La casa contro la responsabilità civile verso terzi: raramente. 

—Il reddito in caso di malattia grave o invalidità: quasi mai. 

—La capacità di sostenere le spese legali in caso di controversia: praticamente mai. 

—La salute, con una copertura integrativa che riduca i tempi di attesa e le spese: in pochi casi.

Questo inventario non è un’ipotesi casuale o pessimistica. È una fotografia abbastanza fedele della situazione media di una famiglia italiana, confermata dai dati sul sottosassicuramento nel nostro paese, che resta uno dei più bassi in Europa e dalla nostra esperienza diretta.

Il paradosso emerge lampante: la famiglia che abbiamo descritto protegge con cura gli oggetti che usa ogni giorno e lascia esposti i rischi che potrebbero cambiare radicalmente la propria situazione economica nel giro di qualche mese. O di pochi istanti.

Un modo per uscire dalla trappola del bias di ottimismo è fare un esercizio mentale che gli psicologi chiamano premortem: invece di chiedersi se qualcosa potrebbe andare storto, ci si chiede cosa succederebbe se davvero andasse storto.

Prova a farlo adesso, mentre stai leggendo questo articolo e chiediti cosa succederebbe se domani la tua casa subisse un allagamento importante, con danni alle strutture e al contenuto. Oppure, cosa succederebbe se uno dei due redditi della tua famiglia venisse meno per una malattia seria che richiede mesi di recupero? Cosa succederebbe se vi trovaste coinvolti in una controversia legale, come parte lesa o come convenuti, con le relative spese da sostenere? Cosa succederebbe se la tua auto causasse un incidente con danni significativi a terzi, oltre i limiti della copertura obbligatoria?

L’intento non è di farti vivere nell’ansia o di immaginare scenari catastrofici, al contrario si tratta di fare i conti con la realtà in modo lucido, prima che la realtà li faccia per noi predisponendo salvagenti e parafulmini.

Permettimi di essere diretto fino in fondo: la questione di fondo non è se questi eventi potrebbero accadere. Quello che va definito è se, nel caso in cui accadessero, saremmo in grado di assorbirne le conseguenze economiche restando in piedi.

Per la maggior parte delle famiglie, la risposta onesta è no.


IL COSTO DELL’ASSENZA: QUANDO IL RISPARMIO DIVENTA UN DANNO

C’è un’ultima trappola psicologica che vale la pena nominare, perché è forse la più comune: la tendenza a valutare il costo di un’assicurazione come una spesa certa a fronte di un beneficio incerto, lontano nel tempo, difficile da incassare.

Il ragionamento funziona più o meno così: pago ogni anno una somma per una copertura che, potrei anche non dovere usare mai. Se le cose vanno bene, quei soldi sono “persi”. Quindi, perché pagarli? 

Esempio tipo: “Con tutti i soldi che pago ogni anno per la polizza auto, in caso di incidente potrei ricomprarla nuova!”. Di fatto, è quasi certo che se la polizza auto non fosse obbligatoria quei soldi spesi per legge non verrebbero accantonati ma utilizzati per altre incombenze quotidiane.

Inoltre, questo ragionamento contiene un errore logico fondamentale: confonde il costo di una copertura con il suo valore. Un premio assicurativo non pagato non è un risparmio: è una scommessa. Si scommette che quell’anno andrà bene, che il rischio resterà dove sta, lontano e silenzioso. A volte la scommessa si vince. Ma quando si perde, si perde tutto in una volta sola.

Un premio assicurativo è il prezzo che si paga per trasformare un rischio potenzialmente insostenibile in un costo sostenibile. Non è una spesa inutile quando non accade niente: è la condizione che rende possibile che non accada niente di devastante.

Detto in termini ancora più diretti: il risparmio sul premio assicurativo è reale solo se non ti serve mai la copertura. Nel momento in cui ti serve, il risparmio si trasforma nel danno più costoso che hai mai dovuto sopportare.


IL RUOLO DEL CONSULENTE: VEDERE QUELLO CHE DA SOLO NON VEDI

Il problema della protezione selettiva non si risolve da solo per una ragione semplice: i meccanismi psicologici che abbiamo descritto agiscono in modo automatico e inconsapevole e sapere che esistono non è ancora sufficiente a neutralizzarli. È come sapere che esiste l’effetto ottico di una certa illusione visiva: anche dopo che te lo hanno spiegato, continui a vedere la linea più corta di quanto sia, per lo meno finché non sposti il punto di osservazione.

Il valore di un consulente assicurativo indipendente, che lavora con più compagnie e non ha vincoli di prodotto da collocare, sta proprio in questo: nella capacità di fare una mappatura obiettiva dei rischi reali di una famiglia o di un professionista, di identificare le lacune nelle coperture esistenti e di proporre soluzioni calibrate sulla situazione specifica, non su un catalogo standardizzato. Questo significa fare gli interessi del cliente.

Vuole dire aiutare le persone a capire in quali punti sono più esposte e a decidere consapevolmente come gestire quella esposizione: trasferendo il rischio a una compagnia assicurativa, accettandolo autonomamente o riducendolo con comportamenti preventivi.

La differenza tra chi ha fatto questo esercizio e chi non lo ha fatto emerge sempre nello stesso momento: quando succede qualcosa di sgradito. E in quel momento, come abbiamo visto, il bias di ottimismo mostra tutti i suoi limiti.


Tornando al punto da cui siamo partiti, non c’è nulla di sbagliato nel proteggere lo smartphone, è un oggetto costoso, lo usiamo ogni giorno in qualsiasi situazione e condizione, ha senso tutelarlo, l’errore sta in quello che lasciamo scoperto senza rendercene conto, convinti che tanto a noi andrà sempre bene, che ci penseremo dopo, che per ora si può andare avanti così.

Un modo per dire che tra vantaggi e svantaggi, affrontare il rischio ci sembra il meno peggio: ne sei ancora sicuro? 

Se non hai mai fatto una revisione seria della tua situazione assicurativa, o se l’ultima volta risale a qualche anno fa, è il momento di rispolverare le tue coperture. Non è detto che ci sia per forza qualcosa da modificare ma un check-up periodico è un’ottima abitudine.

Chiama allo 011 1911 7709 oppure scrivi a info@asassicurazioni.it per prendere un appuntamento. Un’ora di consulenza, senza impegno, per sapere esattamente i limiti della tua copertura assicurativa. Prima che la risposta te la dia la sorte al posto tuo.