Illustrazione minimalista di una persona con paracadute a forma di scudo sanitario che protegge dai rischi economici come danni alla casa, incidenti auto e imprevisti, simbolo del ruolo dell’assicurazione come paracadute finanziario.

In Italia ci assicuriamo davvero poco.

Avete mai sentito dire: “L’assicurazione è una spesa che speri di non usare mai”.

Vero che così sembra quasi una tassa, un contributo obbligatorio a un fondo invisibile che si paga con un certo fastidio e una certa rassegnazione ma che tocca fare, un po’ come per il bollo dell’auto o per l’abbonamento alla palestra che ha preso polvere nel portafoglio.

Questa affermazione, ripetuta così spesso, contiene un equivoco enorme, perché l’assicurazione non è una tassa e non è neppure una spesa inutile.
Piuttosto deve essere considerata uno strumento finanziario che trasforma un rischio potenzialmente grave in un costo piccolo, certo e pianificabile.

Detta in altri termini: è un modo per rendere prevedibile e superabile senza drammi ciò che, per sua natura, prevedibile non lo è.

Nonostante questa logica sia piuttosto semplice, l’Italia resta uno dei paesi europei meno assicurati in generale, escluse le polizze obbligatorie.

La domanda, quindi, è inevitabile e pure interessante: perché in Italia ci assicuriamo così poco?

La risposta non è una sola, come sempre per i fenomeni complessi e non riguarda soltanto i costi o la disponibilità di prodotti assicurativi. È una questione culturale, psicologica e storica, che affonda le radici in abitudini e convinzioni consolidate nel tempo. Ma possiamo provare a dipanarla.

L’idea che parlare di rischi porti sfortuna

D’accordo, così sembra che siamo ancora avvolti nella superstizione medioevale eppure le cose stanno abbastanza così, questo è uno dei fattori più curiosi ma anche più impattanti, riguarda la nostra relazione con il concetto di rischio.

In Italia esiste una componente scaramantica molto radicata che non è necessariamente fare ricorso a gesti apotropaici in senso stretto ma una forma di rimozione psicologica, anche inconscia che ci porta a evitare certi discorsi perché affrontarli sembra quasi evocare ciò che temiamo. Un’applicazione troppo radicale della legge dell’attrazione!

Parlare di disgrazie, incidenti, malattie o imprevisti economici, viene spesso percepito come qualcosa di inopportuno e sgraziato, quasi come se il solo fatto di nominarli potesse aumentare la probabilità che accadano molto più che altri comportamenti scorretti. Come a dire che è parlare di ladri che predispone a essere rapinaro piuttosto che non chiudere la porta di casa a chiave.

Così, inconsciamente, si preferisce non pensarci e affidarsi alla dea bendata e questa barriera mentale finisce per tradursi spesso in un: “tanto a me non succede”. E perché no?

Non è arroganza, non è (solo) incoscienza. È un meccanismo psicologico normale di difesa, che gli psicologi chiamano bias di ottimismo. Tendiamo naturalmente a credere che gli eventi negativi colpiscano più facilmente gli altri che noi stessi.

Il problema è che il rischio non funziona in questo modo e non ha preferenze.

Gli imprevisti non sono selettivi, non scelgono persone più prudenti o più distratte, economicamente più solide o, al contrario, più in difficoltà: accadono semplicemente perché fanno parte della vita.

E quando accadono, l’unica differenza reale è tra chi era preparato e chi no, tra chi si era preparato prima e chi deve arrangiarsi sul momento.


L’illusione della protezione pubblica

Un secondo fattore per cui in Italia ci assicuriamo così poco ha radici storiche molto precise e impatto differente.

Per decenni in Italia è stata forte l’idea che lo Stato avrebbe coperto i danni più gravi. Questa convinzione si è costruita lentamente nel tempo attraverso il sistema di welfare, che ha garantito per molti anni una rete di protezione piuttosto ampia:

sanità pubblica.
pensioni.
interventi statali in caso di calamità naturali.

E fino a un certo punto è stato davvero così, in parte lo è ancora ma questo paracadute ha lle corde sempre più consumate e qualche foro nella tela che si allarga anno per anno.

Questo modello assistenzialista ha creato, in modo quasi inevitabile, una mentalità diversa rispetto ad altri paesi europei che non l’hanno mai adottato con la medesima estensione.

In molte nazioni del Nord Europa, ad esempio, l’assicurazione privata è sempre stata considerata uno strumento normale di gestione del rischio: in Francia, Germania o nei paesi anglosassoni, avere coperture assicurative per casa, salute, responsabilità civile o reddito, è percepito come una componente ordinaria della pianificazione familiare.

In Italia, invece, per lungo tempo si è pensato che alcuni rischi fossero implicitamente coperti dal sistema pubblico. Questa percezione ha generato l’effetto collaterale di cui stiamo parlando: una minore diffusione della cultura assicurativa. Ora qualcuno comincia ad accorgersi del problema.

Negli ultimi anni, infatti, il contesto ha cominicato gradualmente a cambiare. Il sistema pubblico resta fondamentale ma sempre più spesso non riesce a coprire ogni esigenza, o peggio, ogni emergenza, con la stessa tempestività o completezza del passato.

Il risultato è che molte persone si trovano improvvisamente davanti a costi o problemi che non avevano previsto e che non sono in grado di sostenere.

Quando accade, il concetto di assicurazione cambia rapidamente prospettiva, soprattutto, si fa vivo il rimpianto, altrimenti detto “il senno di poi”.

L’idea che assicurarsi significhi “sprecare soldi”

Un altro elemento che contribuisce alla scarsa diffusione delle polizze riguarda la percezione del loro valore. Molti considerano l’assicurazione come una spesa improduttiva. A differenza di un investimento finanziario o di un bene materiale, infatti, non produce un ritorno visibile.

Facciamo qualche confronto:

quando compri una casa, hai un immobile.
quando compri un’auto, hai un veicolo.
quando investi, speri in un rendimento.

Quando paghi un premio assicurativo, invece, la speranza è che non succeda nulla perché comunque a nessuno piacciono le brutte esperienza e quindi ci convinciamo che siamo soldi spesi invece che investiti.

Questa apparente contraddizione rende difficile percepirne il valore ed è un altro motivo per cui in Italia ci assicuriamo poco.

In realtà il valore dell’assicurazione non è nel ritorno economico diretto ma nella stabilità finanziaria che crea per non andare a intaccare il patrimonio, il reddito o la serenità familiare quando si manifesta l’imprevisto.

In pratica, si paga un costo relativamente piccolo per evitare che un evento raro ma potenzialmente devastante abbia conseguenze economiche insostenibili, è una logica simile a quella degli airbag in un’automobile.

Nessuno compra un’auto per usare gli airbag ma tutti sanno che, nel momento dell’impatto, fanno la differenza.


Il problema della percezione del rischio

C’è poi un aspetto molto interessante che riguarda il modo in cui valutiamo il rischio, che ha sempre a che fare con percezione e incidenza.

Le persone tendono a sottovalutare gli eventi rari e a sopravvalutare quelli immediati, anche questo è un noto bias cognitivo.

Ad esempio, molti sono disposti a spendere cifre importanti per oggetti tecnologici o per esperienze di consumo ma esitano quando si tratta di proteggersi da rischi che potrebbero avere un impatto economico molto più grande.

Questo accade perché il cervello umano è programmato per reagire soprattutto alle minacce immediate, mentre fatica a gestire probabilità e scenari futuri ipotetici o statistici.

Un guasto domestico, un incidente, una responsabilità civile o una malattia possono sembrare eventi improbabili finché non accadono ma quando accadono, il loro impatto può essere improvviso e significativo. E lo sappaimo tutti che gli elettrodomestici si guastano o che andremo incontro alla vecchiaia.

L’assicurazione nasce proprio per colmare questo divario tra percezione e realtà.


Il ruolo della cultura finanziaria

Un altro fattore che incide sulla diffusione delle polizze è la cultura finanziaria.

In Italia, rispetto ad altri paesi europei, la conoscenza degli strumenti di gestione del rischio è ancora relativamente limitata. Molte persone non hanno familiarità con il funzionamento delle polizze assicurative, con i meccanismi di copertura o con la logica dei premi e dei massimali.

Questo porta spesso a due atteggiamenti opposti:

da un lato c’è chi diffida completamente delle assicurazioni, considerandole complicate o poco trasparenti, dall’altro c’è chi le sottoscrive senza comprenderne davvero il funzionamento, salvo poi scoprire troppo tardi cosa è coperto e cosa no o di avere scelto il prpodotot sbagliato per la propria situazione.

La conseguenza è una relazione spesso conflittuale con il mondo assicurativo.

Eppure, come per qualsiasi strumento finanziario, il problema non è l’esistenza dello strumento, ma la mancanza di informazione nei suoi riguardi. Una polizza assicurativa ben compresa è semplicemente un contratto che stabilisce in anticipo come verrà gestito un determinato rischio.

Nulla di più, nulla di meno.


Quando l’assicurazione cambia prospettiva

Curiosamente, si fa per dire, molte persone cambiano opinione sulle assicurazioni solo dopo aver vissuto un’esperienza diretta con un imprevisto.

Un incidente domestico.
Un danno alla casa.
Una responsabilità civile inattesa.
Un problema di salute.

Quando ci si trova davanti alle conseguenze economiche di un evento inatteso, la percezione del valore di una polizza cambia radicalmente perché ci si rende conto che il vero vantaggio dell’assicurazione non è evitare il problema ma evitare che il problema diventi economicamente ingestibile.

Questa consapevolezza spesso purtroppo arriva dopo, quando è troppo tardi.


L’assicurazione come strumento di pianificazione

In realtà l’assicurazione dovrebbe essere considerata parte di una strategia più ampia di gestione delle risorse, così come si pianifica il risparmio per il futuro, la previdenza o gli investimenti, ha senso pianificare anche la gestione dei rischi.

Questo non significa assicurarsi contro qualsiasi eventualità immaginabile nel globo terracqueo ma valutare quali eventi potrebbero avere conseguenze economiche significative e decidere se trasferire quel rischio a una compagnia assicurativa o alla dea bendata.

È un ragionamento molto simile a quello che fanno le imprese.

Le aziende non si assicurano perché sono pessimiste ma perché devono garantire stabilità economica e continuità operativa anche quando si verificano imprevisti.

Lo stesso principio dovrebbe valere per le famiglie e per i professionisti.


Un cambio di mentalità necessario

Negli ultimi anni qualcosa sta cambiando.

Eventi globali, crisi economiche, pandemie e catastrofi naturali hanno reso più evidente quanto il rischio faccia parte della vita contemporanea e questo sta portando molte persone a riflettere con maggiore attenzione sulla protezione del proprio patrimonio e della propria serenità.

Non si tratta di vivere nella paura, ma di adottare una mentalità più consapevole, la differenza tra chi pianifica e chi spera, in fondo, è tutta qui.

C’è poi un paradosso curioso che emerge quando si osserva il comportamento assicurativo degli italiani.

Tendiamo a proteggere con grande attenzione alcuni beni relativamente piccoli come lo smartphone o la TV ma trascuriamo rischi molto più grandi che riguardano la nostra stabilità economica complessiva.

L’esempio più evidente è l’automobile.

L’assicurazione RC Auto è obbligatoria e quindi nessuno discute sulla sua utilità. Ogni anno milioni di persone pagano il premio senza troppe obiezioni, perché è un costo che viene percepito come inevitabile.

Ma appena si esce dall’ambito dell’obbligo, l’atteggiamento cambia radicalmente.

Molti non assicurano la casa contro eventi naturali, anche quando rappresenta il bene patrimoniale più importante che possiedono, molti non proteggono il proprio reddito da eventuali interruzioni dovute a infortuni o malattie e molti altri ancora non considerano la responsabilità civile personale, che pure può generare conseguenze economiche significative.

È come se il nostro cervello funzionasse secondo una logica intermittente: proteggiamo ciò che siamo obbligati a proteggere e ignoriamo ciò che dipende da una decisione volontaria.

Questo comportamento non è soltanto italiano ma nel nostro paese è particolarmente evidente e diffuso.

Secondo diversi studi sul settore assicurativo, l’Italia presenta livelli di copertura sensibilmente più bassi rispetto a molti paesi europei, soprattutto per quanto riguarda le assicurazioni sulla casa, sulla salute e sulla protezione del reddito.

Uno degli indicatori più utilizzati è la “insurance penetration”, cioè il rapporto tra premi assicurativi e PIL.

  • Italia (rami danni): circa 1,9% del PIL
  • Media europea: circa 2,5–3% del PIL
PaesePremi assicurativi danni / PIL
Italia1,9%
Europa media~2,8%
Germania~2,7–3%
Francia~2,8–3%

Il risultato è quello che gli esperti chiamano “protection gap”, ovvero il divario tra i rischi reali a cui le persone sono esposte e le coperture effettivamente attive.

Questo divario emerge soprattutto quando si verificano eventi collettivi come alluvioni, terremoti o crisi sanitarie: in queste situazioni si scopre che una parte significativa dei danni economici non è coperta da alcuna assicurazione.

A quel punto spesso entra in gioco lo Stato, con interventi straordinari o fondi di emergenza ma questi interventi, per loro natura, non possono coprire ogni situazione individuale né garantire tempi rapidi e basta sfogliarei giornali per rendersene conto.

Il risultato è che molte famiglie e molte imprese si trovano a dover affrontare da sole conseguenze economiche che avrebbero potuto essere mitigate.

Non è un caso che nei paesi dove la cultura assicurativa è più diffusa il concetto di protezione venga considerato parte integrante della gestione finanziaria.

Ed è probabilmente questo il vero cambiamento culturale che l’Italia dovrà affrontare nei prossimi anni: passare da una mentalità basata sulla speranza a una mentalità basata sulla gestione e mitigazione del rischio, un termine che comincia ad essere ricorrente.

Non perché il futuro debba essere visto con pessimismo ma perché non è bene farsi colgiere d sorpresa.

In conclusione, questi sono i notivi per cui in Italia ci assicuriamo poco

L’assicurazione non è una tassa, né un costo inutile.

È uno strumento che permette di trasformare un rischio potenzialmente molto costoso in un costo certo e sostenibile nel tempo.

In un paese storicamente sotto-assicurato come l’Italia, sviluppare una maggiore cultura della protezione significa semplicemente imparare a guardare il rischio con più lucidità.